Come fisioterapista, ho sempre voluto approfondire il ruolo che ha il dolore nel corpo umano e come trovare modi per trattarlo.
In questo articolo voglio approfondire il trattamento del dolore cronico: sono infatti convinto che il dolore non debba essere permanente, ma che utilizzando le giuste strategie si possa imparare a gestirlo.
Forse ho dato un taglio un po’ filosofico, ed alcune cose che ti racconterò potrebbero sembrarti strane, o addirittura contro intuitive, ma… beh lascerò che sia tu a trarre le conclusioni!
il dolore in breve
Abbiamo visto a grandi linee come funziona il dolore nell’articolo precedente, se dobbiamo riassumere e semplificare si può dire che c’è un sovraccarico veloce (come in un trauma) o lento e progressivo dovuto sia a fattori fisici che emotivi.
in pratica, abbiamo chiesto troppo:
- A muscoli, tendini ed articolazioni
- Al sistema nervoso per stress, ansia o per tensione emotiva accumulata
Cosa si può fare quindi tirando le somme di tutto quello che abbiamo detto?
Si possono ridurre i carichi, oppure bisogna aumentare la capacità di sopportare quei carichi, rendendolo più forte e resistente.
Dopo questa breve premessa possiamo approfondire la situaizone.
Usare il cervello per curare il dolore cronico
Il dolore cronico è un disturbo molto complesso, ed è quasi impossibile poter dare dei consigli rapidi che possano funzionare per tutti. Non ho questa pretesa, proprio come un qualsiasi professionista serio.
Faccio sempre fatica a rispondere quando le persone mi chiedono se una cosa specifica possa alleviare il loro dolore. In primis non ho una sfera di cristallo e soprattutto, spesso ci sono molti fattori che possono essere la causa del dolore.
Sarebbe non solo falso, ma anche ingannevole dire che un approccio particolare e specifico è la soluzione a tutti i mali. Inoltre a volte è molto più appropriato concentrarsi sul migliorare le proprie capacità piuttosto che ossessionarsi solo sul dolore che si prova.
Le decisioni che prendo per i miei pazienti nascono dalla ricerca scientifica e dall’esperienza dei successi ottenuti con persone diverse. Ma la complessità del dolore e la variabilità delle persone richiedono sempre un approccio flessibile ed in grado di adattarsi alla situazione particolare.
Insomma tagliamola corto: per fare un ragionamento sul dolore cronico, è difficile parlare in generale perché ogni persona rappresenta un caso unico. Ma come faccio a consigliare qualcosa e a prendere la decisione giusta?
Metodi alternativi
Andando a spulciare le ricerche scientifiche, si trovano molti studi in cui metodi diversi non danno benefici. Però molti giurano che questi metodi hanno ridotto il loro dolore. Non parlo solo dei soliti noti, come l’omeopatia, ma anche di alcune tecniche osteopatiche e chiropratiche o di macchinari per la terapia fisica.
Detto questo, penso che non aiuti dire a qualcuno che l’intervento che hanno usato per curare il loro dolore non è scientificamente approvato.
Quante volte dei pazienti mi hanno chiesto se quell’impacco di argilla o quella cremina dalle presunte qualità antinfiammatorie potesse aiutarli a diminuire il dolore… la mia risposta rimane sempre la stessa: provalo e fammi sapere!
Anche perché che vantaggio avrei nel dire che quello che vogliono provare è sbagliato e che esiste un’unica via per guarire dal dolore?
Non ascoltare le esperienze degli altri o peggio, svalutarle, è un ottimo modo per creare distanza tra due persone e diciamocelo, per sembrare un buffone esaltato.
Placebo e nocebo: il potere del contesto
L’effetto placebo è un complesso meccanismo, in cui un trattamento crea un beneficio fisiologico, anche se non dovrebbe avere alcun effetto. Come prendere una pillola di zucchero pensando che sia una medicina.
È molto facile liquidare l’effetto placebo come un banale effetto psicologico e dire che la “pillola di zucchero” è una fregatura, ma in realtà la questione è molto più complicata di così. C’è in ballo il contesto, le aspettative del paziente e del professionista, la storia precedente, gli effetti emotivi e molti altri fattori.
Ma gli effetti benefici sono reali e spesso molto, molto utili.
Così come è vera l’altra faccia della medaglia: l’effetto nocebo, in cui un trattamento neutro crea una risposta negativa. Atteggiamenti come “non provare nessun altro tipo di trattamento, perché questo è l’unico che funziona” piuttosto che “niente ti può far star meglio” o ancora “la tua schiena/spalla/caviglia è da buttare”.
Ma chiariamo una cosa, non sto dicendo che tutto fa brodo se funziona, anzi ci sono trattamenti o comportamenti potenzialmente dannosi o inutili che non dovrebbero essere fatti.
Ma c’è una differenza tra mostrare ciò che funziona scientificamente e il cinismo del non c’è più niente da fare e del devi solo convivere con il dolore. Quest’ultimo atteggiamento può infatti portare ad un grosso effetto nocebo.
Il gioco tra gli aspetti fisiologici e psicologici del dolore rende impossibile dare una risposta univoca ad ogni persona. Il punto di vista deve essere multidisciplinare e mai ridursi solo ad un aspetto.
In questo caso, personalmente preferisco un approccio molto pragmatico, che ora ti andrò ad illustrare.
Provare per credere: approcciati come uno scienziato e diventa un camaleonte
Pensi che sto iniziando a dire vaccate? Leggi ancora che mi spiego meglio!
Approcciati come uno scienziato: prova e sperimenta
Il tuo approccio dovrebbe essere quello di uno scienziato che vuole scoprire e deve testare nuove teorie: Impara a conoscere il tuo corpo e capire come risponde agli stimoli. Non partire da preconcetti, soprattutto se negativi, fai la tua ricerca e poi buttati a verificare se la tua ipotesi è corretta oppure no.
Magari è tempo di sperimentare nuovi modi per muoversi e fare attività fisica.
Pensi di non riuscire a fare un’azione specifica? Magari devi solo approcciare il problema in modo diverso o dividendo il problema in gradini più piccoli.
Prova a falsificare questa tua idea, cerca di partire dalle cose più semplici e via via puoi provare ad alzare l’asticella: spesso si ricevono piacevoli sorprese!
Comportati da camaleonte: adattati e cambia
Il tuo comportamento dovrebbe riflettere quello del camaleonte. Che cosa fa un camaleonte? Cerca sempre di adattarsi all’ambiente che lo circonda.
A volte il dolore cronico ci porta a cambiare alcune cose nella nostra vita, ma come il camaleonte cambia colore, anche noi possiamo adattarci per resistere meglio alle nuove sfide a cui siamo sottoposti.
Inoltre essere come un camaleonte è un invito a non fossilizzarsi sulla situazione attuale, soprattutto se non ti sta dando benefici da parecchio tempo, prova a cambiare le carte in tavola e trova nuovi modi per adattarti.
Usare la scienza come faro
La ricerca scientifica è un mezzo utile per valutare l’efficacia di un trattamento e per capire se vale la pena provare qualcosa, soprattutto se questa ricerca compara più trattamenti.
Sarò di parte, ma c’è una cosa che la scienza continua a ripetere che funziona per il trattamento del dolore cronico ( e non solo):
ovviamente sto parlando dell’esercizio fisico, Infatti numerosi e recenti studi lo mettono in primo piano come un elemento importante per la riduzione del dolore, insieme alla conoscenza della propria malattia.
Il trucco consiste nel calibrare in modo adeguato e personalizzato gli esercizi per quanto riguarda la frequenza, l’intensità e il volume.
Ma la terapia manuale come si colloca? Nelle più recenti linee guida sul dolore cronico è risultata utile se usata in concomitanza con altri trattamenti efficaci come appunto un regime di esercizi, e quindi viene consigliata non come unico trattamento, ma come elemento aggiuntivo.
Conclusione
La mia esperienza con il dolore cronico muscoloscheletrico
Visto che messa in questo modo sembra il solito consiglio vago, voglio quindi raccontarti la mia storia, che per quanto rimanga soggettiva e banale, mi ha fatto riflettere molto su questo argomento.
C’è stato un periodo in cui, cascasse il mondo, ogni mese a cadenza regolare avevo un dolore alla spalla che non mi permetteva di alzare il braccio sopra la testa. Lavorando in una RSA per me è normale dover alzare e sostenere persone e quindi ci può stare che la spalla vada in sovraccarico, no?
Per me la risposta era NO! Nonostante fossi sedentario, avevo solo 25 anni e quindi non mi sembrava logico soffrire di dolori “professionali” così precocemente.
Ovviamente essendo nel settore avevo a disposizione molte armi per combattere il dolore e le ho provate tutte: antidolorifici, kinesiotape, terapie fisiche tra cui laser, ultrasuoni e TENS, manipolazioni, porre attenzione all’ergonomia durante il lavoro e sì, anche esercizi, che però tenevo fatti finchè non mi passava il dolore.
Il dolore passava, perché comunque sono tutte cose che funzionano, ma non risolvevano la causa del mio dolore, che infatti puntualmente tornava, magari spostandosi leggermente, ma era sempre lui, riconoscevo che era proprio lo stesso male che tornava a tormentarmi.
Sapete cosa mi ha fatto passare definitivamente questi dolorosi blocchi della spalla?
Andare prima in bici, e poi praticare anche arti marziali. Non per l’attività in sé: Il dolore non era scomparso di botto, ma compariva meno di rado e meno forte. La cosa importante è stata il capire quale tra le tante opzioni fosse la strada giusta da seguire per me.
Da lì ho imparato ad essere costante nell’attività fisica, a divertirmi nel muovermi e a non aver paura di non avere energie per il lavoro il giorno dopo. Da lì è stato un attimo crearmi un programma di “allenamento” per le spalle che ho seguito per un paio di mesi.
A oggi non ho più avuto problemi di spalla, non faccio più esercizi specifici, ma continuo a praticare attività fisica assiduamente e con costanza, e la cosa non mi pesa minimamente.
Spunti di riflessione
Ecco alcune domande per riflettere su quello che hai appena letto. Prendi un foglio o un quaderno o un documento vuoto del tuo pc e prova a rispondere alle domande che ti farò. Puoi usarle come spunto per crescere e per pensare a come utilizzare le informazioni che hai imparato.
- Quanto potere stai dando alle convinzioni che hai sul tuo corpo e sulle tue possibilità di guarigione?
- C’è un’attività o un esercizio che hai smesso di fare per paura del dolore, ma che potresti reintrodurre in piccolo per vedere come reagisce il tuo corpo?
- Quale piccolo cambiamento potresti introdurre già da domani per vedere un effetto diverso?
Vuoi il tuo programma di esercizi personalizzato?
Fonti
- Borisovskaya A, Chmelik E, Karnik A. Exercise and Chronic Pain. Adv Exp Med Biol. 2020
- Bushnell MC, Ceko M, Low LA. Cognitive and emotional control of pain and its disruption in chronic pain. Nat Rev Neurosci. 2013
- Siddall B, Ram A, Jones MD, Booth J, Perriman D, Summers SJ. Short-term impact of combining pain neuroscience education with exercise for chronic musculoskeletal pain: a systematic review and meta-analysis. Pain. 2022
- Lin I, Wiles L, Waller R, et al What does best practice care for musculoskeletal pain look like? Eleven consistent recommendations from high-quality clinical practice guidelines: systematic review British Journal of Sports Medicine 2020;54:79-86.
Se vuoi approfondire questo argomento ti consiglio anche il libro di fabrizio benedetti: la speranza è un farmaco: come le parole possono vincere la malattia
